Guardiamo al diario come luogo privilegiato del femminile, come spazio di piena cittadinanza del sé che le donne hanno faticato a vedersi legittimato nel pubblico. Il diario ci apre universi sconosciuti, fatti di esperienze vissute, di corpi che veicolano, attraverso la scrittura, le infinite sfumature delle emozioni, delle sensibilità. Nelle pagine si dispiega l’umano nei suoi volti e noi apprendiamo a comprendere e ad interrogarci, prima di tutto come donne. Viaggiamo delicate, in punta di piedi entro luoghi insondati, cercando segni che ci permettano di costruire e illuminare il mosaico prezioso delle nostre vite. La memoria viene da lande diverse e lontanissime e ci porta tesori preziosi dei quali possiamo nutrirci per crescere, insieme. Sono le voci delle donne, sono le nostre voci. 

Abbiamo deciso di esplorare l’universo del diario come spazio intimo e privilegiato, spazio di scoperta dell’altra che diventa condizione fondamentale per entrare in contatto con ciascuna di noi. E ciascuna sceglierà una testimonianza, perché vicina per sentire, perché presente con forza o con dolcezza nelle pieghe del proprio io. Verranno poste domande che apriranno un dialogo, nel confronto tra soggetti che si interrogano e si mettono in gioco con il desiderio di ascoltare e di arricchirsi. La ricerca di un diario femminile significativo, da parte di donne così eterogenee, permetterà, ancora una volta, di ampliare lo sguardo eurocentrico per abbracciare e riconoscere altre realtà, altre storie.

 

I momenti di riflessione collettiva (riportati sotto agli estratti dei diari in corsivo) sono seguiti da altrettanti momenti di “disvelamento” delle opere e delle loro autrici . Inoltre, il diario diventa anche un progetto corale, partecipato: un semplice quaderno, originariamente anonimo, sta viaggiando di mano in mano, di settimana in settimana e sarà il depositario dei pensieri, delle speranze, delle delusioni e delle sofferenze, delle domande e delle esperienze, insomma del libero e creativo fluire del sé di ciascuna. In questo modo esso potrà dispiegare attivamente il suo potenziale: offrirci occasioni di apertura, di espressione, di confronto, momenti che scandiscono il tempo della nostra evoluzione che è un movimento in avanti e in profondità.

20 febbraio 2016

Alda Merini- le partecipanti al progetto (in corsivo)

L’ALTRA VERITA’. DIARIO DI UNA DIVERSA

BUR Contemporanea Rizzoli, Milano 2015

Il pugno nello stomaco

"Venivamo tutti allineati davanti a un lavello comune, denudati e lavati da pesanti infemiere che ci facevano poi asciugare in un lenzuolo eguale per capienza a un sudario, e per giunta lercio e puzzolente. Alle più vecchie facevano tremare le flaccide carni e così, nude come erano, facevano veramente ribrezzo. La prima volta che dovetti sottostare a questa rigida disciplina svenni, e per lo schifo, e perché ero così indebolita dalla degenza che non mi reggevo in piedi. Ci allineavano tutte davanti a un lavello comune con i piedi nudi per terra fissi nelle pozzanghere d’acqua. Poi ci strappavano di dosso i pochi indumenti (il camicione dell’ospedale di lino grezzo eguale per tutti, che aveva dei cordoncini ai lati e che lasciava filtrare aria da tutte le parti). Poi le infermiere passavano ad insaponarci anche nelle parti più intime, e ci asciugavano in un comune lenzuolo lercio. Le più vecchie cadevano a terra per il modo maldestro con cui venivano trattate. Alcune scivolavano, altre battevano pesantemente la testa. Io, ogni mattina, davanti a quel lavello e all’odore terribile del luogo, svenivo e venivo ripresa con male parole e buttata sotto l’acqua diaccia. Si veniva fuori da quell’inferno già stordite, con la riprova che la nostra demenza rimaneva un fatto inspiegabile e che non avrebbe avuto nessuna verità razionale. Poi ci allineavano su delle pancacce sordide, accanto a dei finestroni enormi, e lì stavamo a guardare per terra come delle colpevoli, ammazzate dalla indifferenza, senza una parola, un sorriso, un dialogo qualunque. Pp. ‘ p.36-37

 

Ci troviamo in un campo di concentramento. Forse un manicomio. Lei era una delle detenute o forse un’infermiera. Una vittima? Parte del gruppo delle donne che erano lì, umiliate. Esce però dalla situazione di vittima scrivendo, emerge. Superato quel lutto, si sente in libertà di poter scrivere in libertà. La sua umanità resiste grazie alla scrittura. Le persone vittime di queste esperienze spesso scrivono, ma non sempre lo si trova pubblicato

 

‘Le ore in quel tristissimo luogo non passavano mai. Ci allineavano su delle lunghe pancacce, tutti noi con le facce eguali, amorfe, e guardavamo per terra come le condannate a morte. Non ci davano mai nulla da fare. Le infermiere non ci guardavano mai. Solo ogni tanto compariva nella sala il carrello delle terapie, con la solita infermiera abbastanza gentile, che ci guardava sotto e sopra la lingua per vedere se le pastiglie le ingurgitavamo davvero: una cosa riprovevole. Alcune vecchiette poi mangiavano le supposte ricavandone effetti sconvenienti. Ma ogni giorno quel passaggio, quella tortura da purgatorio, anzi da girone dell’inferno, ci toccava e noi dovevamo subirla. Io non sapevo più nemmeno di essere una donna. Mi ero completamente scordata del sesso. Ricordo che una volta il professor F. mi aveva detto che in un malato la testa può essere scambiata per un enorme grosso organo genitale. Credo che fosse proprio così, perché avevo perso anche il mio narcisismo. Ma l’anima si rarefaceva ogni giorno. Ogni giorno diventavo più spirituale e, da quell’immensa vetrata, da quel grande lucernario che illuminava la sala, qualche volta vedevo scendere gli angeli. Quando lo dissi al medico delle terapie mi dette una forte dose di Serenase contro le allucinazioni.’ Pp.62-63

 

Il non riconoscerle dignità umana è quello che più la ferisce. Oggi le persone non hanno umanità. Io ogni giorno piango quando vedo un essere umano che tratta male un altro essere umano. Lei non è più donna ma essere umano. Sembra alludere a esperimenti sui detenuti nei campi di concentramento, i documenti, le prove, vengono fuori dopo tantissimo tempo. La sua è una spiritualizzazione forzata, in quei luoghi le persone perdono persino i connotati. Si ricorda di esser stata narcisista, anche quello è scomparso. Il pudore di tutte, il vergognarsi, trovarsi di fronte a tante estranee…non vali nulla come essere umano, “non valgo più nulla”. Non c’è più ego. Etichettata come una folle quando in realtà sono gli altri ad esserlo.

 

‘Mi misero a letto, ma nessuno mi carezzò la fronte. Anzi mi legarono mani e piedi e in quel momento, in quel preciso momento, vissi la passione di Cristo’. P.66

 

Nessun contatto, neanche fisico. Non hanno avuto niente, nessuna compassione. Quella che scrive era sanissima!

 

‘Ma io ero così traumatizzata, spezzata, rotta dentro, che non volli seguirli più. Mi accoccolai ai piedi del letto e cominciai a guaire proprio come un cane. Nelle malattie mentali la parte primitiva del nostro essere, la parte strisciante, preistorica, viene a galla e così ci troviamo ad essere rettili, mammiferi, pesci, ma non più esseri umani’. Pp. 67-68

 

‘Ci si aggirava per quelle stanze come abbrutiti da un nostro pensiero interiore che ci dava la caccia, e noi eravamo preda di noi stessi; noi eravamo braccati, avulsi dal nostro stesso amore. Eravamo praticamente le ombre dei gironi danteschi, condannati ad una espiazione ignominiosa che però, a differenza dei peccatori di Dante, non aveva dietro sé colpa alcuna. Qualcuno dei malati, al colmo della disperazione, tentava di infierire, infierire su se stesso: e anche questo era giudicato malattia, e non si riconosceva al malato il suo diritto alla vita, il suo diritto alla morte. Quando una donna si tagliava le vene, veniva vituperata, dava scandalo. Nessuno andava a vedere quale groviglio di male o di pianto, o quale esterna sofferenza l’avesse portata a quella decisione. E così, anche se noi dovevamo rigare dritti come soldati, e fingerci contenti, seguitavamo a morire giorno per giorno, senza che gli altri se ne accorgessero. Ci pareva a noi, pareva a me, di essere messa in una lunga fila di condannati a morte, e che, ogni volta che si cadeva, una frusta pesante si abbattesse su di noi e una voce minacciosa dicesse «Levati!». Così, consumando in un passo irragionevole la nostra esistenza, noi ci addentravamo nei meandri della pazzia.’ Pp. 100-101

 

Ali di farfalla

‘Il demente viene considerato ‟incapace di intendere e di volere”. Eppre, sotto sotto la diagnosi serpeggiava quieta la mia anima dolce, resserenante, un’anima che non era stata mai tanto luminosa e vitale, e, a volte, per consolarmi, pensavo che quella brutta vestaglia azzurra fosse il saio di san Francesco e che io di proposito l’avessi scelto per umiliarmi. Così in questo modo gentile adoperai il silenzio, e mi venne fatto di incontrarvi il mio io, quell’io identico a se stesso, che non voleva, non poteva morire.’ P.38

 

‘Non avevo intorno che un senso di buio e di incertezza. L’inquietudine era soverchia. Paralizzava persino i miei movimenti. E ciò non ostante, credo che dentro quel buio trovai una via di uscita. Tendevo l’orecchio ai possibili rumori, ai suoni, al disegno dell’alba. Ma nulla che venisse a travolgermi, a coinvolgermi. Il mio guscio doveva  essere di durissimo osso, impenetrabile. E allora mi accoccolavo per terra, vinta, ma con il proposito di tornare a combattere. Quella non era che una pausa; non poteva essere che una pausa segreta. Io volevo che la vita mi toccasse, che mi desse i suoi contatti così travolgenti. In quel momento avevo perso anche l’idea del peccato; pertanto mi era saltata anche questa censura. E così, accoccolata per terra, pensavo che si trattasse di una condizione provvisoria: non avrei mai immaginato che questa condizione avrebbe trapassato il tempo come una lama, che l’avrebbe persino scalfito. E così tante volte piangevo con tristezza, per incapacità, per quel lieve vento crudele che veniva a raggelarmi la fronte. Ma l’istituto era un luogo di pena grande, dove il carrello passava per farti credere in un aiuto che non esisteva. Allora saltavo come un animale dal mio luogo di riposo e correvo, correvo verso il carrello, e lo rovesciavo, e poi certamente venivo punita con forti dosi di Largactil. Ma non volevo che le altre malate prendessero quelle porcherie; non volevo che credessero nella salvazione attraverso i farmaci. E così ero considerata una ammalata ribelle.’ Pp. 72-73

 

‘Si parla spesso di solitudine, fuori, perchè si conosce solo un nostro tipo di solitudine. Ma nulla è così feroce come la solitudine del manicomio. In quella spietata repulsione da parte di tutto si introducono i serpenti della tua fantasia, i morsi del dolore fisico, l’acquiescenza di un pagliericcio su cui sbava l’altra malata vicina, che sta più su. Una solitudine da dimenticati, da colpevoli. E la tua vestaglia ti diventa insostituibile, e così gli stracci che hai addosso perché loro solo conoscono la tua vera esistenza, il tuo vero modo di vivere. In manicomio ero sola; per lungo tempo non parlai, convinta della mia innocenza. Ma poi scoprii che i pazzi avevano un nome, un cuore, un senso dell’amore e imparai, sì, proprio lì dentro, imparai ad amare i miei simili. E tutti dividevamo il nostro pane l’una con l’altra, con affettuosa condiscendenza, e il nostro divenne un desco famigliare. E qualcuna, la sera, arrivava a rimboccarmi le coperte e mi baciava sui corti capelli. E poi, fuori, questo bacio non l’ho preso più da nessuno, perché ero guarita. Ma con il marchio manicomiale.’ Pp. 117-18

 

‘Per tutto il periodo della gravidanza il dottor G. sospese ogni terapia, e fu proprio quello il periodo in cui ritrovai me stessa. Senza i farmaci ritrovai la mia personalità e un poco della mia grinta. Cominciai a sentire i primi brividi di felicità. Mi innamorai di Pierre. Pierre era un malato, niente altro che un malato, ma è rimasto nel mio cuore senz’altro come il ricordo più bello di tutta la mia degenza.’ P. 94

 

‘Così, io e Pierre, adagiati sulle rose e sulle spine godemmo del primo amplesso del nostro amore. E fu amplesso che durò millenni, il tempo della nostra esecrazione. E da quell’amplesso senza peccato nacque una bimba. Dacché rimasi incinta, ogni giorno Pierre correva tutto sudato a vedermi e a chiedermi come stavo. Mi portava sempre le sue piccole margherite. Ma non facevamo più l’amore: ciò che noi desideravamo in quel luogo dissacrante era di ‟creare”; e ci eravamo riusciti noi due giudicati pazzi avevamo dato vita a una creatura e ora nessuno poteva dividerci. Stavo delle ore col capo appoggiato alla spalla di Pierre, alitando leggermente, perché non mi sentisse. O sfiorando la sua guancia con le mie ciglia lunghissime. Lui mi carezzava il grembo, le mani, qualche volta il seno. Ma senza fremito alcuno. Una volta mi disse: «Questo seno darà buon latte alla nostra piccina». Veniva anche Aldo certe volte, a farci compagnia. E anche lui mi guardava il grembo e me lo accarezzava. In un certo modo, quello era anche figlio suo: il figlio del manicomio maledetto. Ma prima che la bimba nascesse, sia Pierre che Aldo vennero mandati in un cronicario, e io rimasi, senza volerlo, vedova di me stessa. La bimba nacque egualmente e in modo abbastanza felice, malgrado avessero preso tutte le precauzioni per farmi fare un parto orribile (all’uopo venni portata, demandata al neurodeliri). La piccina venne alla luce nel pieno della sua bellezza e V. la tenne a battesimo. Era quello il primo frutto bello, non intaccato, che usciva da un luogo di alienazione.’ Pp. 110-11

5 marzo 2016

Adriana Paz- Frida Kahlo

Magdalena Carmen Frieda Kahlo y Calderón nasce il 6 luglio del 1907 a Coyoacan in Messico.

Figlia di Guillermo Khalo (nato Karl Wilhelm Kahlo 1871-1941) fotografo tedesco e  di Matilde Calderón y González una benestante messicana di origini spagnole ed amerinde. Senza ombra di dubbio la pittrice messicana più famosa e aclamata di tutti i tempi diventata famosa anche per la sua vita tanto sfortunata come travagliata.Le piacevadire di essere nata nel 1910  poiché si sentiva profondamente figlia della "Rivoluzione Messicana"di quell'anno e del Messico moderno, Lei si sentiva molto vicino al suo popolo,la sua attività artistica troverà grande rivalutazione dopo la sua morte in particolare in Europa.

 Frida Kahlo affetta da spina bifida scambiata per poliomielite.Quando aveva 18 anni un grave incidente del autobus dove viaggiava con un tram le  frattura  la colonna vertebrale in più parti.I postumi di quell'incidente condizionerà la sua salute per il resto della sua vita, ma non la sua tensione morale. Fin dall'adolescenza manifestò una personalità molto forte, unita a un singolare talento artìstico e uno spirito indipendente e passionale, rilutante verso ogni convenzione sociale, se dedica con passione alla pittura nonostante i dolori fisici e psichici dei postumi dell'incidente, e continua ad essere la ragazza ribelle anticonformista e vivacissima che era stata prima.  Nel corso della sua vita dovette subire 32 operazioni chirurgiche. Dimessa dall'ospedale, fu costretta ad anni di riposo nel letto di casa, col busto ingessato, questa situazione la spinse a leggere libri sul movimento comunista e a dipingere. Il suo primo  lavoro fu un autoritratto che donò  al ragazzo da cui era innamorata.

Da ciò la scelta dei genitori di regalarle un letto a baldacchino con uno specchio sul soffitto, in modo che potesse vedersi, e dei colori,inizio cosi la serie di autoritratti. "Dipingo me stessa perché passo molto tempo da sola e sono il soggetto che conosco meglio" affermò. Dopo che le fu rimosso il gesso riuscì a camminare, con dolori che sopportò per tutta la vita. Fatta dell'arte la sua ragion d'essere, per contribuire finanziariamente alla sua famiglia, un giorno decise di sottoporre i suoi dipinti a Diego Rivera illustre pittore dell'epoca, per avere una sua critica, nel 1929 lo sposò pur sapendo dei continui tradimenti a cui sarebbe andata incontro.

Conseguentemente alle sofferenze sentimentali ebbe anche lei numerosi rapporti extraconiugali, comprese varie esperienze omosessuali, nel 1939 divorziano a causa del tradimento di Rivera con Cristina Kahlo , la sorella di Frida.ma torna da lei il anno dopo, malgrado i  tradimente non aveva smesso di amarla, si risposarono nel 1940 a San Francisco.

La sua appasionata ( ed al epoca discussa) storia d'amore con Rivera è raccontata in un suo diario.

Pochi anni prima della sua morte le venne amputata la gamba destra, ormai en gangrena, morì  di embolia polmonare a 47 anni nel 1954. Fu cremata e le sue ceneri sono conservate nella sua Casa Azul, oggi sede del Museo Frida Kahlo.

Le ultime parole che scrisse nel diario furono " Spero che la fine sia gioiosa e spero di non tornare mai più".

Le tre più importanti esposizioni furono nel 1938 a New York nel 1939 a Parigi e nel 1953 a Città del Messico.

Le sue opere Autoritratto con vestito di velluto nel 1926 autoritratto nel 1926 l'autobus nel 1929 autoritratto con mono nel 1936 autoritratto con scimmie Frida e Diego nel 1931 La mia nascita nel 1932 Qualche piccola punzecchiatura nel 1935 Frida e l'aborto e 1936 Ciò che ho visto nell'acqua e ciò che l'acqua mi ha dato nel 1938 Due nudi nella giungla nel 1939 le due Frida nel 1939 autoritratto con collana di spine nel 1940 autoritratto con scimmia nel 1940 il sogno o il letto nel 1940 io con i miei pappagalli nel 1941 autoritratto con scimmia e pappagallo nel 1942 Ritratto come una tehuana o Diego nel mio pensiero nel 1943 pensando alla morte nel 1943 Diego e Frida 1944 fantasia nel 1944 il fiore della vita nel 1944 la colonna spezzata nel 1944Autoritratto con Stalin o Frida e Stalin e 1954 il marxismo guarirà gli infermi nel 1953-54 viva la vita nel 1954.

Alcuni pezzetti tratti del diario di Frida Kahlo: 

 

Eravamo saliti da poco sull'autobus quando ci fu lo scontro prima avevamo preso un altro autobus solo che io avevo perso un ombrellino scendemmo a cercarlo, e fu così che salimmo su quell'autobus che mi ruvinò.  l'incidente avvenne su un angolo, di fronte al mercato del San Juan esattamente di fronte, il tram procedeva con lentezza ma il nostro autista era un ragazzo giovane, molto nervoso il tram nella curva, trascino l'autobus contro il muro.

 

Piedi perché li voglio se ho le ali per volare

 

 

L'unica cosa bella che mi succede e che comincio ad abituarmi a soffrire

 

 

Ho provato ad affogare i miei dolori ma hanno imparato a nuotare.

Ho subito due gravi incidenti nella mia vita è il primo è stato quando un tram mi ha travolto il secondo è stato Diego Rivera.

 

Non è vero che ci si rende conto dell'urto non è vero che si piange io non versai una lacrima l'urto ci spinse in avanti e il corrimano me trafigge come una spada che trafigge un toro.un uomo si accorse che avevo una tremenda emorragia, mi solevo e mi depose su un tavolo di biliardo finché la Croce Rossa non viene a prendermi.

 

Già non ricordo come me sentivo prima del dolore.

 

Aspetto felice la partenza e spero di non tornare mai più.

MERECES UN AMOR

Mereces un amor que te quiera Despeinada Con todo y las razones que te levantan de prisa,con todo y los demonios que no te dejan dormir.

Mereces un amor que te haga sentir segura, que pueda comerse el mundo si cammina de tu mano, que sienta que tus abrazos van perfectos con su piel.

Mereces un amor que quiera bailar contigo. Que visite el paraiso cada que mira tus ojos y que no se aburra  nunca de leer tus expresiones.

Mereces un amor que te escuche cuando cantas, que te apoye en tus ridículos,que respete que eres libre,que te acompane en tu vuelo, que no le asuste caer, mereces un amor que se lleve las mentiras, que te traiga la ilusión, el café y la poesía.

 

5 marzo 2016

Khadija Ezouatni- Nawal Saadaoui-le partecipanti al progetto (in corsivo)

TRAMA

 « Ero l’unica donna che avesse strappato via la maschera e rivelato il volto della loro sporca realtà. MI hanno condannato non perché ho ucciso un uomo, migliaia di persone muoiono ogni giorno, ma perché lasciarmi in vita fa loro paura. Sanno che finché sono viva, non sono sicuri; sanno che li ucciderei. La mia vita significa la loro morte. E la mia morte significa la loro vita. Vogliono vivere. E vita per loro vuol dire altri crimini, altre spoliazioni, rapine infinite. »

 

E' in carcere. Per qualcuno che le aveva fatto del male. Forse è un pensiero contro la società maschilista dell'epoca. Condannano qualcosa che può essere grave come la morte delle persone. Una donna viva pensa, riesce a cambiare la società.

 

Firdaus. Storia di una donna egiziana (Woman at Point Zero) è un romanzo sociale-drammatico scritto da Nawal al-Sa'dawi. La storia è realmente accaduta ed è per questo narrata dalla stessa Firdaus. In Egitto il libro ha suscitato scalpore e per questo è stato censurato.

Nawal al-Sa'dawi visita un carcere femminile (in cui verrà anche rinchiusa nel 1983 e rilasciata dopo tre mesi) per la sua ricerca sulla nevrosi. Viene subito informata di una paziente molto particolare: Firdaus, un'assassina. Nawal si incuriosisce molto, visto che non aveva mai conosciuto una donna assassina prima di quel momento. Chiede di incontrarla, ma la ragazza si rifiuta, facendo provare una sensazione di delusione alla donna. Inoltre, il medico e l'assistente la trovano innocente, nonostante l'assassinio. Nawal perde le speranze, fino a quando Firdaus non decide di incontrarla. Inizia così il racconto della sua vita.

 

«Mentre sistemavo le mie vecchie cassetti, in un cassetto trascurato del mio ufficio ho trovato un quaderno da quando ero al primo anno di liceo,  con scritto:  tema.

E 'stato nel 1944, l’insegnante di lingua araba ci chiese di scegliere un argomento per il prossimo tema. Ho scelto questo argomento «diario di una ragazza che si chiama Suad» riempiì tutto il quaderno e lo diedi all’ insegnante, dopo averlo letto mi ha dato uno zero.

Forse questo « zero» è ciò  che mi ha fatto smettere di scrivere per molti anni, e che mi ha fatto entrare nella facoltà di medicina al posto della Facoltà di Lettere, se non fosse stato per  mio padre e mia madre la mia vita sarebbe stata  conclusa  quanto  la vita di Souad.

Ecco perché ho pensato di pubblicare queste vecchie cartacce, e dedicarle ad ogni bambino «o bambina» che tenta di scrivere o sente il desiderio di farlo

 

. L'Uomo è umano per la sua mente, e non per il suo corpo. Per questo il concetto di onore deve essere legato alla mente umana, sia maschile o femminile. La mente sincera, pensatrice e produttrice è ciò che rappresenta l’onore dell’Uomo

 

“L’Uomo perde la sua dignità, quando è incapace di auto mantenersi”

 

Estratti di Nawal saadaoui:- Diario di un medico

 

Nawal Saadaoui ( 27 ottobre 1931) è una psichiatra, nonché militante femminista egiziana e scrittrice come le piace essere esclusivamente definita

« La contrarietà alle donne è universale e non riguarda solo il mondo arabo. Penso al fronte cristiano, ai cosiddetti 'valori della famiglia' con doppio standard; e poi il radicamento dell'idea di verginità obbligatoria, i cosiddetti 'delitti d'onore', le mistificazioni culturali, le violenze fisiche e psicologiche... 

(Nawal Saadaoui)

Ha scritto numerosi libri sulla condizione della donna araba. Molto nota nei paesi arabi e in molte altre parti del mondo, i suoi romanzi e libri sulla situazione delle donne hanno avuto un profondo effetto sulle generazioni successive di giovani donne nel corso degli ultimi 4 decenni.

 

Pubblicazioni in Italia

  • Firdaus. Storia di una donna egiziana, traduzione di Silvia Federici, collana Astrea, Giunti, Firenze, 1986,

  • Dio muore sulle rive del Nilo, traduzione di Irene Pologruto, Eurostudio, Torino, 1989, 

  • Una figlia di Iside. L'autobiografia di Nawal El Saadawi, collana Specchi, Nutrimenti, Roma, 2002,

  • Dissidenza e scrittura. Conversazione sul mio itinerario intellettuale, collana Università internazionale del secondo Rinascimento, Spirali, Milano, 2008,

  • L'amore ai tempi del petrolio, traduzione di Marika Macco, introduzione di Luisa Morgantini, collana Altriarabi (n. 2), il Sirente, Fagnano Alto, 2009, .

 

Premi

  • Honorary Doctorate, University of York, United Kingdom, 1994

  • Honorary Doctorate, University of Illinois at Chicago, 1996

  • Honorary Doctorate, University of St. Andrews-Scotland, 1997

  • First Degree Decoration of the Republic of Libya, 1989

  • Literary Award of Gubran, (Arab Association of Australia Award), 1988

  • Literary Award by the Franco-Arab Friendship Association, Parigi, Francia, 1982

  • Literary Award by the Supreme Council for Arts and Social Sciences, Cairo, Egitto, 1974

  • XV Premi International Catalunia Award, 2003

  • Honorary Doctorate Degree, University of Tromsø, Norvegia, 2003

  • International Writer of the Year for 2003, nominated by the International Biographical Centre, Cambridge, Inghilterra

  • Great Minds of the 21st Century Award, American Biographical Institute North Carolina, Stati Uniti, 2003

  • North South Prize 2004, the Council of Europe (Lisbon, 25 ottobre 2004)

  • Inana International Prize, Brusselles Belgio 2005

 

 

Ariana Grande, la cantante americana ha cambiato il nome del suo Album da “ Honey moon” a “ Danderous woman” ispirandosi a Nawal Saadaoui

 La scrittrice, in uno dei suoi scritti dice di essere stata chiamata dal pubblico, dagli uomini, dalle donne che la ammiravano o che la odiavano come “la donne pericolosa” e lei rispose che lei rappresentava la verità, e la verità è pericolosa e selvaggia

Le rivoluzioni non si fanno in segreto

Rivoluzione e scrittura entrambi non si fanno in segreto

Distruggi il lucchetto del cassetto e scrivi nella luce,

Arrabbiati e rivoluzionati e non guardi il silenzio

12 marzo 2016

Dounia Majid, Liu Wei.

Dounia: "Non ho portato immagini. La poesia è una forma eternatrice, dice Foscolo"

 

"Il diario di una giovane che affida le sue speranze all'oblio è il riflesso della precarietà, ma la rimanenza dello scritto, dispensatore d'eternità, fa sì che le speranze morte in un corpo continuino a vivere nella memoria."

 

 

novembre 2006

"A scuola sono stata graziata con una borsa di studio, ma la mia famiglia deve comunque continuare a pagare per i miei studi. Devo ripagarli e devo dare i soldi a mio fratello, così da poter costruire una casa. Il mio obiettivo è quello di studiare duro, ottenere un buon lavoro e di fornire per la mia famiglia. Se non posso farlo, allora mi è impossibile dire d’ avere una bella vita ". 

 

settembre 2007

"Non è tragico che sono nata in una famiglia povera che abita in campagna. La cosa tragica sarà se non scappare dalla campagna. Sono sicura che un giorno, sarò residente in città, dopo i miei studi, ovviamente". "usavo lamentarmi, dire che Dio non era giusto nei miei confronti facendomi nascere nella famiglia di un povero contadino, ma ora non voglio più pensare in questo modo. Il mio sfondo sociale può rendermi solo più forte e più matura."

 

2 settembre 2008 

"Il mio orgoglio è troppo forte, il rispetto che provo nei miei confronti è insopportabile, mi preoccupo troppo di me stessa. Ho scelto di andare al college invece di diventare un lavoratore migrante, ma ora la mia famiglia ha un enorme debito ed io non ci posso fare nulla. Se lavorassi, avrei già cominciato ad inviare un po’ di soldi a casa e portare doni per i miei genitori come gli altri figli diligenti del villaggio. Ho speso un sacco di soldi e non ho neanche imparato qualcosa di utile per trovare un lavoro. Soltanto adesso comincio a realizzare quanto sia stata stupida l’idea di intraprendere un cammino formativo.

 

9 ottobre 2008

"Sono una studentessa universitaria, ma non riesco a trovare un posto di lavoro. Quanto sarà vergognoso tornare al villaggio dopo la laurea? Mi sento così stanca, voglio continuare a dormire e non svegliarmi. Cosa devo fare, Chi può salvarmi? A parte i miei genitori, non ho niente da perdere in questo mondo. " 

 

18 Ottobre 2008 

"Perché così difficile?" 

 

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2 aprile 2016

Valentina Di Somma, Anais Nin

ANAIS NIN

Anaïs Nin, all'anagrafe Angela Anaïs Juana Antolina Rosa Edelmira Nin y Culmell è stata una delle scrittrici più originali e irrequiete del XX secolo, destando scalpore e critiche asprissime per le sue narrazioni erotiche. Nata il 21 febbraio 1903 a Neuilly-sur-Seine, un comune di una regione della Francia settentrionale, si spegne a New York, il 14 gennaio del 1977.

 

INFANZIA

Figlia di Joaquin Nin, un pianista cubano di origini catalane e spagnole, e di Rosa Culmell, una cantante cubana di origini francesi e danesi; Anaïs trascorse l'infanzia in Europa fino all'abbandono del padre. All'epoca aveva 11 anni, e quell’episodio così doloroso, si rivelò per lei l’inizio di una grande passione: il suo primo diario si concretizza in una lunga lettera al padre andato via.

 

A NEW YORK

Dopo l'abbandono paterno, Anaïs si trasferì con i fratelli a New York, nella pensione materna. Nell’ ambiente americano posò come modella per un artista e fece la ballerina di danza spagnola. Visse  con la famiglia finché, ventenne, si sposò con Hugh Parker Guiler, di professione bancario e futuro cineasta sperimentale .

 

MATRIMONIO= PRIGIONE

Il matrimonio si rivelò presto un’amara prigione per la scrittrice che, anni dopo, si rifugiò in numerose relazioni adulterine, quasi a riscattare il senso di noia profonda che l’avvolgeva. A Guiler rimase sposata tuttavia fino alla morte, anche in virtù dell’annullamento di un secondo matrimonio, tenuto a lungo segreto, contratto in Arizona nel 1955, con Rupert Pole (le nozze furono invalidate su richiesta della stessa Nin per evitare ai due coniugi guai a livello tributario).

 

A PARIGI (dal 1929)

Rientrò nel clima intellettuale  e sociale di Parigi come promettente scrittrice; infatti è del 1931 ‘’David Herbert Lawrence’’, il primo libro pubblicato da Anaïs Nin, un saggio su D. H. Lawrence, autore di L'amante di Lady Chatterley, che le guadagnò il suo primo riconoscimento pubblico come scrittrice. A Parigi Nin era arrivata nel 1929, poco prima della pubblicazione del saggio su Lawrence, richiamata dal fervido clima intellettuale della città che negli anni trenta ospita alcuni tra i più grandi artisti, scrittori, poeti, musicisti dell'epoca. Si stabilisce a Louvenciennes, alle porte della capitale, dove inizierà a compilare - conservandola per una successiva pubblicazione - la prima parte del suo diario, che diventerà poi famoso come Diario di Anaïs Nin.

A Parigi conobbe Henry Miller, autore di Tropico del Cancro e Tropico del Capricorno, si innamorò della sua rudezza, del suo modo di trattare le parole con fare burbero. Presto conobbe anche la moglie di Miller, June Mansfield, con la quale intrecciò una relazione: «Quando June mi è venuta incontro, ho visto per la prima volta la donna più bella del mondo», annotò nel 1931 nel suo diario; e poi “Quando ero ragazzina e pensavo che il corpo e le parole fossero due cose diverse, avevo trovato in questa formula il segreto della perdizione che allora, come oggi, mi sembrava l'unica chiave per aprire il mondo. Me la ripetevo come un mantra e dopo un po' diventavo una danzatrice spagnola che aveva una relazione con uno scrittore americano e sua moglie, gran bel pezzo di ebrea. Poi riprendevo a scrivere. Ne ho scritta parecchia da allora, per pornografia intendendo finalmente quasi tutto quello che si guarda da vicino e «lasciando perdere la poesia», e spesso per una cifra più bassa.’’ Ma sempre secondo quanto Anaïs Nin suggeriva, cioè tentando di far saltare il calcare secolare del linguaggio maschile.Non cercavo una letteratura femminile, che sinceramente non so cosa sia, ma semplicemente l'altro lato del racconto, il controcampo di una vecchia storia.”

NEW YORK_PERIODO DI PSICOANALISI…NOIOSA

Il rapporto di Nin con la psicoanalisi è controverso. Iniziò già a Parigi, per poi continuare a New York, in cui si rifugiò dopo lo scoppio della II guerra mondiale,  immersa in un senso di isolamento e disperazione per il tentativo di fondere i vari aspetti del suo io in un’unità che abbia significato. In tutto ciò, si rifiuta di privarsi del suo diario, la sua stampella ‘’ mi spiace che tutti vogliano privarmi sempre del mio diario, che è il solo amico sicuro che ho, il solo che mi renda la vita sopportabile, perché la mia felicità con gli esseri umani è talmente precaria, i miei momenti di confidenza rari, e il minimo segno di disinteresse basta a farmi tacere.’’ Ben presto andò in analisi da Otto Rank, allievo di Sigmund Freud, col quale intreccerà una relazione, che la condurrà a collaborare con lo psicologo a New York. La carriera da psicoanalista l'annoiò quasi subito, confusa tra sé stessa e le turbe dei pazienti, Anaïs tornò alla "sua" verità grazie alla letteratura. Negli anni cinquanta sperimentò l'LSD, come documentato nel saggio contenuto in The diary of Anais Nin, in cui la scrittrice descrive il modo in cui la sostanza agisce sulla creatività e sulla percezione del proprio subconscio.

 

Nin è riconosciuta come l'autrice più affermata di letteratura erotica. Certamente influenzata dal piglio di Henry Miller (con il quale aveva intrecciato una relazione, oltre ad avere instaurato con lui una forte collaborazione sul piano più propriamente letterario), Anaïs scoprì presto di non avere remore e si racconta

.

Negli anni quaranta un collezionista di libri diede 100 dollari al mese a Miller per scrivere racconti sul sesso. Lui ne rideva con l'amica-amante e poi decise di renderla partecipe. Anaïs scoprì così la libertà del sesso, diventando ben presto scrittrice apprezzata anche nel campo della letteratura erotica. Emblematico il suo più famoso libro Il delta di Venere.

 

DEATH

La Nin morì di cancro a Los Angeles, assistita da Rupert Pole, il 14 gennaio 1977. Pochi anni prima aveva ricevuto una laurea ad honorem in lettere dal Philadelphia College of Art. La Nin aveva nominato Pole esecutore testamentario della sua produzione letteraria; in quanto tale, Pole fece pubblicare, tra il 1985 e il 2006 (quando egli morì) una versione mai integrale dei libri e dei diari della Nin*.

 

*purtroppo una pubblicazione completa del diario rimane ancora oggi impossibile. Possiamo solo sperare che un giorno l’intero diario potrà essere disponibile.

LA PERICOLOSITÀ  DEL DIARIO QUOTIDIANO SECONDO MILLER

Forse i diari di Anaïs Nin - oltre a essere stati, per generazioni di fanciulle incastrate in se stesse e in lettucci coperti di peluche, un formidabile antidoto alla paura di sperimentare, divenire, sbagliare - sono stati prima di tutto, per lei e per noi, l'esplicitazione di un metodo di lavoro. Trasformare la propria esistenza in un laboratorio, non smettere mai di indagare e di tradurre in parole questa indagine. Prima o poi sarebbero arrivati i diamanti, come al solito dopo un lungo scavare. Miller non è di questa idea. Spiega infatti al suo amico Larry che la scelta di Anaïs di tenere un diario quotidiano può diventare molto pericolosa. «Non tenersi dentro niente, non lasciar solidificare le parole, non lasciarle diventare come perle velenose, intrecciate le une alle altre, tutto ciò priva la scrittura di qualità preziose». Molto del mio lavoro, del mio metodo, dice ancora «è dovuto a questo tenersi dentro le parole, tenersele dentro nel fegato fin tanto che quasi ti ammazzano» …del resto Miller la incitò per anni a dare inizio alla pubblicazione di quello che veniva considerato il vero lavoro della sua vita, come scrittrice: il suo meraviglioso e incandescente diario-talismano.

 

LA ‘RISPOSTA’ DI MISS NIN:

IL RARO SENSO DI IMMEDIATEZZA

Vivo di più sul momento. Quello che mi rimane nel ricordo non mi pare altrettanto vero. Ho un tale bisogno di verità; deve essere questo bisogno di registrazione immediata che mi incita a scrivere quasi mentre sto vivendo, prima che tutto venga alterato, o cambiato da distanza e tempo.’’

 

“ Il diario mi ha insegnato che è nei momenti di crisi emotiva che gli esseri umani si rivelano più apertamente. Ho imparato a scegliere i momenti più intensi perché sono i momenti della rivelazione.’’

 

- LA RIVELAZIONE DEL DIARIO DI ANAIS

E’ autentica, esplosiva, appassionata mentre scrive il suo diario, che porta sempre con sé come un talismano, delle sue relazioni, dei suoi amici e conoscenti, dei volti più famosi dell’ambiente culturale ma anche della gente ‘’ordinaria’’  che ha incontrato lungo il suo cammino.

Ma quel che importa non è il pettegolezzo letterario. Non ci offre semplicemente un’altra occhiata, attraverso il buco della serratura, sulla vita letteraria. Senza dubbio Miss Nin ci fa conoscere molti importanti e validi particolari biografici e autobiografici, d’era artistica; ritrae e registra con lampi di intuizione gente, conversazioni, fatti.

Il significato vero, l’unicità, la ‘’rivelazione’’ del suo diario è di un altro tipo:  per la prima volta, abbiamo la descrizione appassionata, articolata, del viaggio di una donna alla scoperta di sé:

 

Quel che ho da dire è veramente una cosa distinta dall’arte e dall’artista. È la donna che deve parlare. E non è solo la donna Anais che devo parlare, ma io, che devo parlare molte donne. Man mano che scopro me stessa, sento di essere solo una delle tante, un SIMBOLO. Incomincio a capire le donne di ieri e di oggi. Le mute del passato, le inarticolate che si rifugiavano dietro a intuizioni senza parole, e le donne di oggi, tutte azione e copie degli uomini. E io, nel mezzo..”

 

-CELEBRE

 ‘’Questo diario è il mio kief, il mio hashish, la mia pipa d'oppio. È la mia droga e il mio vizio. Invece di scrivere un romanzo, mi sdraio con questo libro e una penna e indulgo in rifrazioni e diffrazioni.’’

 

 

FILM TRATTI DAI SUOI ROMANZI:

1990 - Henry & June, di Philip Kaufman

1995 - Il delta di Venere, di Zalman King

 

DOCUMENTARI

1974 - Anais Nin Observed, di Robert Snyder

1994 - Drug-Taking and the Arts, di Storm Thorgerson.

CORTOMETRAGGI COME ATTRICE:

1946 - Ritual in Transfigured Time, di Maya Deren

1952 - Bells of Atlantis, di Ian Hugo

1954 - Inauguration of the Pleasure Dome, di Kenneth Anger

30 aprile 2016

Lidia Fichiosi, Susanna Agnelli

VESTIVAMO ALLA MARINARA

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Susanna Agnelli

21 maggio 2016

Arianna Testi, Chiara Gamberale

Per dieci minuti​

Figlia del noto manager Vito Gamberale, si è laureata al DAMS dell'Università di Bologna. Ha ottenuto la ribalta in campo letterario quando, poco più che maggiorenne, è uscito il suo romanzo Una vita sottile (1999), ispirato a una vicenda autobiografica e da cui sarà poi tratta una fortunata versione televisiva. Nel 1996 aveva vinto il premio di giovane critica Grinzane Cavourpromosso da La Repubblica: sono poi seguiti Color lucciola (2001) e Arrivano i pagliacci (2003).

A partire dal 2002 ha cominciato a lavorare come conduttrice televisiva. Ha affiancato Luciano Rispoli a Parola mia(Rai 3); su Rai 1 ha condotto Gap e, di nuovo sulla terza rete, Quarto Piano Scala a Destra, programma di cui era anche ideatrice.

Dal 2005 al 2008 è stata autrice e conduttrice su Radio 24 della trasmissione Trovati un bravo ragazzo. Ha anche condotto il contenitore culturale Duende sull'emittente lombarda Seimilano.

Nel 2008 ha ricevuto il Premio Campiello (Selezione Giuria dei Letterati) per il libro La zona cieca.

Dal gennaio 2010 al giugno 2012 ha condotto Io, Chiara e l'Oscuro su Rai Radio 2. Nel 2012 ha pubblicato L'amore, quando c'era. Nel marzo 2013 è la volta di Quattro etti d'amore, grazie(Mondadori), seguito pochi mesi dopo da Per dieci minuti (Feltrinelli). I suoi romanzi sono stati tradotti in 16 Paesi e hanno raggiunto le vette delle classifiche di vendita in Spagna e America Latina.[1]

È autrice con Massimo Gramellini di Avrò cura di te (Longanesi, 2014). Attualmente collabora col giornale La Stampa e con la rivista Vanity Fair

21 maggio 2016

Roberta Stancu, Jenny Acterian

"Sono probabilmente un personaggio che  cerca il suo centro di gravità. Non l'ho mai trovato." Jeni Acterian


Regista rumena di origini armene nata a Costanta nel 1916 in Romania .
Fece i primi 10 anni di studi a Notre Dame de Soin a Bucarest dopo di che fu obbligata dalle circostanze politiche ed economiche a sostenere gli esami ,anche quello di maturità in privato. Si e iscritta alla facoltà di Lettere e Filosofia e prese la licenza con una tesi sulla logica matematica (Ragionamento per ricorrenza). Fu notata dal preside di allora dell'istituto francese che le promette una borsa di studio alla Sorbona ,ma con l'inizio della 2 Guerra Mondiale fu costretta ad abbandonare tutto. Un personaggio affascinante e misterioso dotato di brillante Genio.
Comincia a lavorare in banca ( in un ambito che non la soddisfa individualmente )su consiglio di un carissimo amico . Nel 47 si iscrive nella sezione regia al Conservatorio di Arte Drammatica . Comincia allora la sua carriera da regista a Bucarest prendendo il nome di Jenny Acterian e collaborando con nomi risentiti di quel tempo .
Scrisse un diario intimo che comprende 27 quaderni che si trova oggi nel quadro di una fondazione Archivio Culturale Rumeno. Fu pubblicato postumo dal suo fratello maggiore in ricordo della sua amatissima sorella. Dal 1932 al 47 pubblicò solo una parte dei suoi scritti con le rispettive corrispondenze tra lei e i vari artisti che poi avrebbero animato il quadro del 900 rumeno e non solo. Come Iulia Hasdeu, (un'altra donna di carattere figlia d'arte del filosofo ed esoterista rumeno Bogdan Petreicu Hasdeu) del quale diario raccontava la peculiarità di una fanciulla geniale con osservazione caustica e mente dissociativa ,la morte non riuscì a censurarla e neanche la sua tubercolosi. A differenza di Iulia che muore giovanissima ad appena 19 anni , lei si spegne all'età di 41 anni . Ebbe relazioni importanti con i piu grandi esponenti della letteratura e cinema dell'epoca (tutti ancora giovani e pieni di speranze). Personaggi intellettuali come Mircea Eliade, Mihail Sebastian, Anton Holman, Dan Botta, Emil Botta ect... Manifestò il suo interesse verso il giornalismo. Riporto qui di seguito uno dei suoi intimi pensieri: 

"La donna nello specchio" 
Lo specchio é oggetto di riflessione, reflazione e rifrazione. 
Tutti questi fenomeni che sono concentrati nel significato del segno specchio, presuppongono molteplici interpretazioni ,visioni e prospettive.